Introduzione

“Occhi Farlocchi”  è figlio del Blog del Bosque Primario, dove  inizialmente  ho pubblicato molti dei sonetti che sto proponendo in questo nuovo Blog ed il suo nome – Occhi Farlocchi – è appunto il titolo di uno dei sonetti. Credo di dover qualche parola per spiegare perché la scelta di scrivere Sonetti e perché scriverli in romano.
Nel corso degli ultimi anni ho dedicato parecchio tempo a tradurre testi, articoli e saggi da lingue straniere in italiano, e posso dire serenamente che non è sempre facile trovare le parole e le espressioni più calzanti che possano rendere “esattamente” il pensiero  – in una lingua differente – elaborato originalmente dall’autore nella sua lingua madre . Poi mi è capitato di leggere alcune righe che hanno ribadito il mio pensiero sulla difficoltà di tradurre in altra  lingua il concetto e,  allo stesso tempo il ritmo e l’umore di un testo:
“La parola è mercuriale, mutevole e relativa; fragile al punto di doversi difendere nel tempo per eternare, di contrabbando, i suoi messaggi: ecco il significato di Babele, ecco la parola criptica delle predizioni secolari, dei profeti, della rivelazione religiosa.
La parola è un vino raro che mal tollera il viaggio.  Una lingua straniera è una bandiera di quarantena, una poesia tradotta è un’altra poesia.
La parola è cifrata: i tecnici della linguistica ci spiegano che si può parlare solo a chi possiede il codice del cifrario, cioè si parla solo a chi sa già che cosa gli diciamo. Dunque la parola è al di sopra della semplice comunicazione, è un faticoso patto-sfida fra gli uomini.”
   (cit. Vittorio Gassman a Giorgio Soavi – Lettere d’amore sulla bellezza)
Contemporaneamente stavo scrivendo degli appunti per catalogare dei “coccetti di terracotta” precolombiani, raccolti durante i miei periodi di lavoro in Sud America.  Ne è uscito un breve saggio in tre capitoli  ( I Precolombini – Il Paisa del Caquetà … Lingue e Numeri  – Racconti PreColombiani ) pubblicato su  Bosque Primario  che mi è servito per conoscere e raccontare cultura, arte e storia di alcuni popoli dimenticati non solo per effetto di stermini di massa, ma spesso per estinzione spontanea o indotta.
Ora non voglio tornare su argomenti già trattati, ma solo soffermarmi su cosa significhi realmente l’estinzione di un popolo e di una lingua,  quale perdita rappresenti la scomparsa di un mondo culturale che non potrà più replicarsi, per quello che è stato e che ha rappresentato nel momento in cui è vissuto. Forse potrà essere copiato o riprodotto, ma con i limiti dell’interpretazione, gli stessi limiti che troviamo in una buona traduzione di un testo pensato e scritto in una lingua differente, spesso in una lingua lontana dalla cultura e dal modo di pensare di chi legge, perché fondata su basi grammaticali, lessicali e sociali con origini e tradizioni differenti.
Mi è capitato di leggere dei brevi testi poetici di una profondità di sentimento e di una musicalità che era impossibile tradurre ed esprimere in modo differente, senza perdere qualcosa del loro significato. Mi sono convinto che la capacità espressiva di una lingua è determinante per l’elaborazione mentale di chi la parla e che quindi certe lingue possono aver favorito l’indirizzo del pensiero verso un ramo della cultura piuttosto che verso un altro. Che ci siano lingue più precise nel definire concetti di arte e filosofia e altre più dirette e più utili per una comunicazione immediata tipica di un mondo pratico, tecnico, tecnologico, militare. Ma questa è una strada a due sensi di marcia, perché le lingue si evolvono e si adattano alle esigenze di chi le parla, quindi possiamo anche dire che è l’indole dell’uomo che usa la lingua a determinarne la sua evoluzione, adattandola ai tempi, come si fa con qualsiasi strumento, per rispondere alle necessità del momento.
Ecco, forse spiegato il motivo per cui per esprimere compiutamente il pensiero e la spontaneità di un sonetto, uso le espressioni popolari che per prime mi vengono in mente, cercando di non farmi censurare dalle regole, spesso nemmeno da quelle della metrica e non mi preoccupo nemmeno di sapere quanti sono quelli che apprezzeranno e comprenderanno quello che scrivo.
Tra l’altro non credo di avere né i meriti, né i mezzi per meritare un pubblico numeroso e poi – in un paese dove si legge già tanto poco – la scelta di scrivere in versi, e per di più in un dialetto gradito e apprezzabile appieno solo dai “pochi romani de Roma” rimasti a Roma, la mia non è certamente una scelta dettata da indagini di mercato o da smania di successo.
Ho scritto per non dimenticare. Per non dimenticare persone, pensieri e sentimenti, perché non ho buona memoria e perché i momenti che ho vissuto sono la mia una unica vera ricchezza. Come i tanti ninnoli di nessun valore che teniamo in casa, spesso nascosti in fondo a un cassetto, ma che sappiamo di possedere e che ci accompagnano per la vita, non per quello che sono – a volte sono veramente kitsch – ma per ciò che rappresentano solo per noi. Non mi piaceva buttare tutto al vento.
Poi ho pensato se firmare oppure no e – per il momento – ho scelto di non firmare per due motivi. Il primo perché credo che i pensieri espressi siano molto “ovvi”, credo cioè che siano gli stessi che passano per la mente alla maggior parte di noi, come ho scritto in uno dei sonetti tradotti da Shakespeare che, già cinquecento anni fa ci ricordava che l’uomo, nel suo intimo, non cambia e quello che fa o dice non è mai nuovo. Tutto è replica, riedizione, traduzione o interpretazione di azioni e pensieri già fatti, già pensati anche se con parole e maniere differenti per effetto della storia, del luogo, della politica, della maestosità o della miseria del tempo. Il secondo motivo è perché ho la pretesa di credere che le mie parole e le mie idee possano farmi  riconoscere da chi mi ha
frequentato e questo basterebbe ad appagare il mio narcisismo.
Consapevole come sono che il mio nome, anche se scritto sulla copertina di un libro o nell’aria dalle pagine di un Blog, non resterebbe nella letteratura e quindi, preferisco non partecipare ad una gara in cui so che potrei classificarmi solo in fondo al gruppo.
Ringrazio il mio amico Francesco Cesari per le belle foto che con cui ho potuto commentare alcuni sonetti.
Spero che chi avrà voglia di leggere queste pagine e di guardare le foto ed i giochi fotografici che accompagnano i sonetti, lo faccia con piacere e che, alla fine,  si possa abbandonare a considerazioni come  “E che ce voleva  ….  a scrive sto libro, c’avevo penzato pure io!”
Buona Lettura