Introduzione

Occhi Farlocchi

Raccolta di sonetti romani

di Bosque Primario

Occhi Farlocchi”  è figlio del Blog del Bosque Primario, dove  inizialmente  ho pubblicato molti dei sonetti che sto proponendo in questo libretto ed il suo titolo – Occhi Farlocchi – è appunto il titolo di uno dei primi sonetti. 

In tempi di lingue universali e di globalizzazione, credo di dover dare qualche spiegazione sui motivi inconsueti e contro corrente per una scelta di scrivere non solo dei Sonetti, quindi delle rime. ma sopratutto perché scriverle anche in romano.

Comincio col dire che non uso l’aggettivo “romanesco” per rispetto di una tradizione e di una lingua vecchia di cinque secoli che ormai ha lasciato il posto ad un gergo romano, ancora colorito, ma indubbiamente succube della lingua italiana che lo ha smussato in molti dei suoi angoli e anfratti.

Dialetto quindi, attualizzato e meno nobile della lingua parlata a Roma fino agli anni ’60 del secolo scorso, quando bastava fare quattro passi al mercato di Campo di Fiori per sentire ancora gli odori, i suoni, i modi di dire e le espressioni di un mondo che, nelle nostre case di periferia, già aveva lasciato il posto alla lingua che stava unificando e omogeneizzando le culture di un paese ancore pieno di campanili ancorati alle parlate locali.

Oggi, di quel mondo, ci resta solo la testimonianza di qualche film neo- realista, qualche documentario dell’Istituto Luce e la spontaneità dei pochi che, per le strade di Roma, danno ancora sfogo alla fantasia e inventano metafore e confronti azzardati per fare qualche apprezzamento, a volte crudele, ma sempre calzante. Modi di dire che tanto piacciono a chi parla dei romani, come di gente piuttosto grezza, che parla a bocca aperta, che ama perdere tempo, che è arrogante, che non riesce a trattenersi dal dire una battuta anche quando, momento e luogo, non lo consentirebbero, ma che sono troppo simpatici malgrado quel loro modo di fare che somiglia tanto a una miscela di strafottenza, menefreghismo e vanità.

Ma torniamo a “perché scrivere in romano”.

Nel corso degli ultimi anni ho dedicato parecchio tempo a tradurre testi, articoli e saggi da lingue straniere in italiano, e devo dire che non è sempre fattibile trovare le parole e le espressioni più calzanti per rendere con parole ed espressioni di un’altra lingua “esattamente” un pensiero elaborato originalmente da un autore nella sua lingua madre. 

Poi mi è capitato di leggere alcune righe che hanno ribadito il mio pensiero sulle traduzioni e sul problema di riuscire a riprodurre, allo stesso tempo, sia il ritmo che l’umore del testo originale:

La parola è mercuriale, mutevole e relativa; fragile al punto di doversi difendere nel tempo per eternare, di contrabbando, i suoi messaggi: ecco il significato di Babele, ecco la parola criptica delle predizioni secolari, dei profeti, della rivelazione religiosa.

La parola è un vino raro che mal tollera il viaggio.  Una lingua straniera è una bandiera di quarantena, una poesia tradotta è un’altra poesia.

La parola è cifrata: i tecnici della linguistica ci spiegano che si può parlare solo a chi possiede il codice del cifrario, cioè si parla solo a chi sa già che cosa gli diciamo. Dunque la parola è al di sopra della semplice comunicazione, è un faticoso patto-sfida fra gli uomini.”

(cit. Vittorio Gassman a Giorgio Soavi – Lettere d’amore sulla bellezza)

Contemporaneamente stavo scrivendo degli appunti per catalogare dei “coccetti di terracotta” precolombiani, raccolti durante i miei periodi passati per motivi di lavoro in Sud America.  Ne è uscito un breve saggio in tre capitoli  ( I Precolombini – Il Paisa del Caquetà … Lingue e Numeri  – Racconti PreColombiani ) pubblicato sul Bolg del Bosque Primario e che mi è stato utile per studiare e per raccontare le culture, l’arte e la storia di alcuni popoli dimenticati non solo per gli stermini che hanno subito prima e dopo l’arrivo dei conquistadores, ma spesso per estinzione spontanea o indotta da una società nella quale non trovavano più una loro collocazione.

Ora non voglio tornare su argomenti già trattati altrove, ma solo soffermarmi su cosa significhi realmente l’estinzione di un popolo e di una lingua,  quale perdita rappresenti la scomparsa di un mondo culturale che non potrà più replicarsi, per quello che è stato e che ha rappresentato nel momento in cui quel mondo e quella cultura sono esistiti.

Forse quel mondo, quel modo di esprimersi e di guardare alla vita potrà essere copiato o riprodotto, ma con i limiti dell’interpretazione, gli stessi limiti che troviamo in una buona traduzione di un testo pensato e scritto in una lingua differente, spesso in una lingua lontana dalla cultura e dal modo di pensare di chi legge, perché fondata su basi grammaticali, lessicali e sociali con origini e tradizioni differenti.

Mi è capitato di leggere dei brevi testi poetici di una profondità di sentimento e di una musicalità che era impossibile tradurre ed esprimere in modo differente, senza perdere qualcosa del loro significato.

Mi sono convinto così, che la capacità espressiva di una lingua è determinante per l’elaborazione mentale di chi la parla e che quindi certe lingue possono aver favorito l’indirizzo del pensiero verso un ramo della cultura piuttosto che verso un altro. Che ci siano lingue più precise nel definire concetti di arte e filosofia e altre più dirette e più utili per una comunicazione immediata tipica di un mondo pratico, tecnico, tecnologico, militare. Ma questa è una strada che ha due sensi di marcia, perché le lingue si evolvono e si adattano alle esigenze di chi le parla, quindi possiamo anche dire che è l’indole dell’uomo che usa la lingua a determinarne la sua evoluzione, adattandola ai tempi, come si fa con qualsiasi strumento, per rispondere alle necessità del momento.

Ecco, forse spiegato il motivo per cui per esprimere compiutamente il pensiero e la spontaneità di un sonetto, uso espressioni popolari, quelle che per prime vengono alla mente, cercando di non farmi censurare dalle regole, spesso nemmeno da quelle della metrica e non mi preoccupo nemmeno di sapere quanti sono quelli che apprezzeranno e comprenderanno quello che scrivo.

Tra l’altro non credo di avere né i meriti, né i mezzi per meritare un pubblico numeroso e poi – in un paese dove si legge già tanto poco – la scelta di scrivere in versi, e per di più in un dialetto gradito e apprezzabile appieno solo da “pochi romani de Roma” che forse nemmeno vivono più a Roma, la mia non è certamente una scelta dettata da indagini di mercato o da smania di successo.

Ho scritto per non dimenticare. Per non dimenticare persone, pensieri e sentimenti, perché non ho buona memoria e perché i momenti che ho vissuto sono la mia una unica vera ricchezza. Come i tanti ninnoli di nessun valore che teniamo in casa, spesso nascosti in fondo a un cassetto, ma che sappiamo di possedere e che ci accompagnano per la vita, non per quello che sono – a volte sono veramente cose di pessimo gusto – ma per ciò che rappresentano solo per noi. Non mi piaceva buttare tutto al vento.

Poi ho pensato se avrei dovuto intestarmi questo testo e – per il momento – ho scelto di firmarlo con il nome di Bosque Primario, per due motivi. Il primo perché credo che i pensieri espressi siano molto “ovvi”, credo cioè che siano gli stessi pensieri che sono già passati per la testa di molti, come ho scritto in uno dei sonetti tradotti da Shakespeare che, già cinquecento anni fa ci ricordava che l’uomo, nel suo intimo, non cambia e quello che fa o dice non è mai qualcosa di veramente nuovo. Tutto è replica, riedizione, traduzione o interpretazione di azioni e pensieri già fatti, già pensati anche se con parole e maniere differenti per effetto della storia, del luogo, della politica, della maestosità o della miseria del tempo. Il secondo motivo è perché ho la pretesa di credere che le mie parole e le mie idee possano farmi  riconoscere da chi mi ha frequentato e questo già basterebbe ad appagare il mio narcisismo. Consapevole come sono che il mio nome, anche se scritto sulla copertina di un libro o nell’aria dalle pagine di un Blog, non resterebbe nella letteratura e quindi, preferisco non partecipare ad una gara in cui so che potrei classificarmi solo in fondo al gruppo.

Spero che chi avrà voglia di leggere queste pagine e di guardare le foto ed i giochi fotografici che accompagnano i sonetti, lo possa fare con leggerezza e con il piacere di riconoscersi nelle situazioni e nelle sensazioni che ne hanno ispirato le parole e che poi si possa abbandonare a considerazioni come:  “E che ce voleva  a scrive sto libro  …. a ste cose c’avevo pensato pure io!”

Mi basterà questo per sapere di aver svolto bene il compitino che mi ero assegnato e che, anche quando ci sentiamo fuori posto nel mondo che ci circonda, sappiamo di non essere soli, perché, in fondo, le nostre idee e le nostre considerazioni sono le stesse che passano per la mente anche a chi non conosciamo o a chi ci sembra estraneo e lontano, diverso da noi.

Parlo del punto di vista della gente comune, di quella gente che vive con i piedi per terra e che parla con spontaneità e franchezza, senza nascondersi dietro parole altisonanti che spesso stonano, se dette tra gente ammodo e rispettosa di sé e del suo prossimo. Tra gente che ha una stessa scala di valori, anche se ha visioni politiche differenti.  

Ecco mi piacerebbe aver raccontato, con le mie parole, qualcuno dei pensieri che si sentono nell’aria ma che sono troppo piccoli per essere presi sul serio da chi, pur governando, non riesce a tenere i piedi per terra. 

Un’ultima cosa : Ringrazio il caro amico Francesco Cesari per avermi concesso l’uso di alcune sue belle foto che hanno arricchito e completato le parole di alcuni sonetti.